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quarta-feira, 31 de março de 2010

Audiência geral da Semana Santa dedicada ao Tríduo Pascal em que somos chamados ao silencio e á oração para contemplar o mistério da Paixão, Morte..








(31/3/2010) Bento XVI dedicou a audiência geral desta quarta feira ao Triduo Pascal que inicia com a Missa vespertina da Ceia do Senhor na quinta feira Santa: é o fulcro do inteiro ano litúrgico no qual somos chamados ao silencio e á oração para contemplar o mistério da Paixão, Morte e Ressurreição do Senhor, como o próprio Papa salientou falando em português
Como prelúdio, na manhã da Quinta-feira Santa, celebramos a Missa do Crisma, na qual são consagrados os santos óleos e os sacerdotes renovam as promessas da sua ordenação, gesto que neste Ano Sacerdotal assume um significado especial. Ao entardecer do mesmo dia, comemoramos a instituição da Eucaristia e o gesto do lava-pés visto como uma representação da vida entrega de Jesus com o seu amor levado ao extremo; um amor infinito capaz de habilitar o homem para a comunhão com Deus e torná-lo livre. Na Sexta-feira Santa, fazemos memória do seu sacrifício na Cruz para a nossa redenção. Por fim, após o silêncio do Sábado-Santo, celebramos a Vigília Pascal na qual, com o canto do Aleluia, proclamamos a Ressurreição de Cristo: a vitória da luz sobre as trevas, da vida sobre a morte* * *Amados peregrinos de língua portuguesa e de modo especial vós jovens universitários vindos para o UNIV: a todos dou as boas vindas, desejando uma participação frutuosa nas referidas celebrações que possa conduzir-vos a uma comunhão cada vez mais intensa com o Mistério de Cristo. Que Deus vos abençoe! Ide em paz!
Durante esta audiência o Santo Padre voltou a exortar os sacerdotes a deixarem-se conquistar por Cristo e serem no mundo de hoje mensageiros de paz, de esperança e de reconciliação.

fonte:radio vaticana

Messe celebrate con poca riverenza



[Riporto un brano di Sant'Alfonso Maria de Liguori tratto da “Selva di materie predicabili”. Per rendere il brano facilmente comprensibile ho tradotto in italiano corrente i termini desueti e ho effettuato qualche piccolo ritocco lessicale. Ciò che leggerete riguarda un problema ecclesiale che a molti sembra ancora d'attualità. Mi affido alla penna di questo zelante Dottore della Chiesa che si esprimeva con estrema franchezza. Non penso che queste riflessioni piaceranno molto agli amanti del linguaggio politicamente corretto].

[...] qual conto avranno da dare a Dio i sacerdoti che con poca riverenza celebrano questo gran sacrificio. [...] dov'è la devozione e la riverenza in tanti sacerdoti che dicono messa? Questa, che è l'azione (come abbiam detto) la più eccelsa e sacrosanta, onde dice il concilio di Trento, che bisogna fare con la maggior devozione interna ed esterna [...] quest'azione, dico, è la più strapazzata dalla maggior parte dei sacerdoti. Certamente che maggiore attenzione essi porrebbero nel far una parte in commedia, che non mettono nel celebrare la messa; giungendo alcuni a dirla in meno spazio d'un quarto d'ora; il che non può scusarsi da colpa mortale [...] poiché in tanto breve tempo non può ella celebrarsi senza un grave strapazzo delle parole e delle cerimonie, e senza mancare gravemente alla riverenza e gravità richiesta da un tanto sacrificio, ed inoltre senza un grave scandalo dei secolari. Parlando di questo punto, ci vorrebbero lacrime, ma lacrime di sangue. Poveri sacerdoti nel giorno del giudizio, che celebrano così! E poveri vescovi che li ammettono a celebrare, poiché essi, come avvertono comunemente i dottori, ed è certo dal Concilio Tridentino, son tenuti con obbligo stretto a proibire la celebrazione a tali sacerdoti che [celebrano] la messa con tale irriverenza, chiamata empietà dal concilio, [...] Quindi i vescovi, per adempiere il precetto del concilio [...] sono obbligati a vigilare continuamente, ed informarsi del come si celebrano le messe nelle loro diocesi, e sospendere dalla celebrazione coloro che dicono la messa senza la conveniente attenzione e gravità. E questa obbligazione dei vescovi non è solo verso i sacerdoti secolari, ma anche verso i religiosi, poiché nel suddetto decreto del concilio i vescovi in ciò son destinati delegati aposlolici [...] Ma con tutto ciò fa compassione (diciam così) il vedere lo strapazzo che fanno ordinariamente i sacerdoti di Gesù Cristo nel celebrare questo gran mistero. E quello che fa più meraviglia, è che si vedono anche religiosi di ordini osservanti e riformati, celebrare le messe in modo che darebbero scandalo anche ai turchi e agli idolatri. E' vero che il sacrificio dell'altare basta a placare Dio per tutti i peccati del mondo; ma come può placarlo per le ingiurie che gli fanno i sacerdoti nello stesso tempo che glielo offrono? poiché, celebrando con tanto poca riverenza, dal canto loro gli recano più di disonore che onore. [...] È reo l'eretico che non crede la presenza reale di Gesù Cristo nella messa; ma è più reo chi la crede e non le usa rispetto; e di più si fa causa, come si fa il sacerdote che celebra con poca riverenza, che gli astanti perdano il concetto e la venerazione che si deve alla maestà d'un sì gran sacrificio. Il popolo dei giudei ebbe inizialmente una gran venerazione per Gesù Cristo; ma quando poi lo vide disprezzato dai sacerdoti, ne perdette in tutto la stima: e così al presente i popoli nel veder la messa trattata con tanta negligenza e indevozione dai sacerdoti, ne perdono la venerazione. Siccome una messa celebrata con devozione infonde devozione anche agli altri; così al contrario, l'irriverenza del sacerdote diminuisce la venerazione ed anche la fede negli astanti. Come può l'indevozione del sacerdote, che è il ministro di questo sacrificio e il depositario del corpo di Gesù Cristo, ispirare agli altri sentimenti di devozione e di rispetto? Qual concetto può infondere negli altri, della santità e maestà d'un tanto mistero, quel sacerdote che ne dimostra più disprezzo che venerazione?

fonte:cordialiter

Il Papa: Disponiamoci a vivere intensamente questo Triduo Santo ormai imminente, per essere sempre più profondamente inseriti nel Mistero di Cristo


QUARESIMA SETTIMANA SANTA E PASQUA: LO SPECIALE DEL BLOG

IL VIDEO SU BENEDICT XVI.TV

UDIENZA GENERALE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

L’UDIENZA GENERALE, 31.03.2010

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 in Piazza San Pietro dove il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana, il Papa ha incentrato la sua meditazione sul significato del Triduo Pasquale, culmine dell’itinerario quaresimale.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con la recita del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Il Triduo Pasquale

Cari Fratelli e Sorelle,

stiamo vivendo i giorni santi che ci invitano a meditare gli eventi centrali della nostra Redenzione, il nucleo essenziale della nostra fede. Domani inizia il Triduo pasquale, fulcro dell'intero anno liturgico, nel quale siamo chiamati al silenzio e alla preghiera per contemplare il mistero della Passione, Morte e Risurrezione del Signore. Nelle omelie i Padri fanno spesso riferimento a questi giorni che, come osserva Sant’Atanasio in una delle sue Lettere Pasquali, ci introducono «in quel tempo che ci fa conoscere un nuovo inizio, il giorno della Santa Pasqua, nella quale il Signore si è immolato» (Lett. 5,1-2: PG 26, 1379). Vi esorto pertanto a vivere intensamente questi giorni affinché orientino decisamente la vita di ciascuno all'adesione generosa e convinta a Cristo, morto e risorto per noi.

La Santa Messa Crismale, preludio mattutino del Giovedì Santo, vedrà domani mattina riuniti i presbiteri con il proprio Vescovo. Nel corso di una significativa celebrazione eucaristica, che ha luogo solitamente nelle Cattedrali diocesane, verranno benedetti l’olio degli infermi, dei catecumeni e il Crisma. Inoltre, il Vescovo e i Presbiteri, rinnoveranno le promesse sacerdotali pronunciate il giorno dell’Ordinazione. Tale gesto assume quest’anno, un rilievo tutto speciale, perché collocato nell’ambito dell’Anno Sacerdotale, che ho indetto per commemorare il 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars. A tutti i Sacerdoti vorrei ripetere l’auspicio che formulavo a conclusione della Lettera di indizione: «Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Cristo e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace!».

Domani pomeriggio celebreremo il momento istitutivo dell’Eucaristia. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinti, confermava i primi cristiani nella verità del mistero eucaristico, comunicando loro quanto egli stesso aveva appreso: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (1Cor 11,23-25). Queste parole manifestano con chiarezza l’intenzione di Cristo: sotto le specie del pane e del vino, Egli si rende presente in modo reale col suo corpo donato e col suo sangue versato quale sacrificio della Nuova Alleanza. Al tempo stesso, Egli costituisce gli Apostoli e i loro successori ministri di questo sacramento, che consegna alla sua Chiesa come prova suprema del suo amore.

Con suggestivo, ricorderemo, inoltre, il gesto di Gesù che lava i piedi agli Apostoli (cfr Gv 13,1-25). Tale atto diviene per l’evangelista la rappresentazione di tutta la vita di Gesù e rivela il suo amore sino alla fine, un amore infinito, capace di abilitare l’uomo alla comunione con Dio e di renderlo libero. Al termine della liturgia del Giovedì santo, la Chiesa ripone il Santissimo Sacramento in un luogo appositamente preparato, che sta a rappresentare la solitudine del Getsemani e l’angoscia mortale di Gesù. Davanti all’Eucarestia, i fedeli contemplano Gesù nell’ora della sua solitudine e pregano affinché cessino tutte le solitudini del mondo. Questo cammino liturgico è, altresì, invito a cercare l’incontro intimo col Signore nella preghiera, a riconoscere Gesù fra coloro che sono soli, a vegliare con lui e a saperlo proclamare luce della propria vita.

Il Venerdì Santo faremo memoria della passione e della morte del Signore. Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità, scegliendo a tal fine la morte più crudele ed umiliante: la crocifissione. Esiste una inscindibile connessione fra l’Ultima Cena e la morte di Gesù. Nella prima Gesù dona il suo Corpo e il suo Sangue, ossia la sua esistenza terrena, se stesso, anticipando la sua morte e trasformandola in un atto di amore. Così la morte che, per sua natura, è la fine, la distruzione di ogni relazione, viene da lui resa atto di comunicazione di sé, strumento di salvezza e proclamazione della vittoria dell’amore. In tal modo, Gesù diventa la chiave per comprendere l’Ultima Cena che è anticipazione della trasformazione della morte violenta in sacrificio volontario, in atto di amore che redime e salva il mondo.

Il Sabato Santo è caratterizzato da un grande silenzio. Le Chiese sono spoglie e non sono previste particolari liturgie. In questo tempo di attesa e di speranza, i credenti sono invitati alla preghiera, alla riflessione, alla conversione, anche attraverso il sacramento della riconciliazione, per poter partecipare, intimamente rinnovati, alla celebrazione della Pasqua.

Nella notte del Sabato Santo, durante la solenne Veglia Pasquale, "madre di tutte le veglie", tale silenzio sarà rotto dal canto dell’Alleluia, che annuncia la resurrezione di Cristo e proclama la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte. La Chiesa gioirà nell’incontro con il suo Signore, entrando nel giorno della Pasqua che il Signore inaugura risorgendo dai morti.

Cari Fratelli e Sorelle, disponiamoci a vivere intensamente questo Triduo Santo ormai imminente, per essere sempre più profondamente inseriti nel Mistero di Cristo, morto e risorto per noi. Ci accompagni in questo itinerario spirituale la Vergine Santissima. Lei che seguì Gesù nella sua passione e fu presente sotto la Croce, ci introduca nel mistero pasquale, perché possiamo sperimentare la letizia e la pace del Risorto.

Con questi sentimenti, ricambio fin d’ora i più cordiali auguri di santa Pasqua a tutti voi, estendendoli alle vostre Comunità e a tutti i vostri cari.

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana


¿DONDE ESTÁN LAS RELIQUIAS DE LA PASIÓN?




Autor: P. Ignacio Acuña Duarte. S.J.

Para un mundo informado sólo por los ojos de la carne, Semana Santa apenas representa un espacio de "reflexión y purificación de la memoria".

Alguno más piadoso, quizás, sólo concentre la mirada en la fiesta de la Resurrección, obviando implícitamente los sufrimientos inenarrables de la Pasión y de la Cruz.

La ciencia, por su parte, se empeña en "desmitificar" la tradición y la fe, confundiendo con fraudes y engaños a los fieles poco instruidos con sensacionalismo barato. La prensa corre con gran parte de la responsabilidad al difundir semejantes sandeces y medias verdades. Con el correr del tiempo, es verdad, muchas de las "impresionantes revelaciones" caen en el olvido o el descrédito, pero en el corazón de las personas queda la sensación de desacralización. Un caso típico ha sido el montaje paracientífico y manipulador del Santo Sudario.

¿Cuántos ilusos aún repiten con tono seguro las irresponsables afirmaciones que la prensa se apresuró a divulgar sobre supuestos descubrimientos de fraude en el Santo Sudario de Turín? Evidentemente ninguno de estos personajes conoce los dictámenes de la ciencia profesional que concluyó certificando la autenticidad de la preciosa reliquia. Valga como referencia la conversión de investigadores tras el proceso de estudio y verificación.

Pero como el escándalo vende, aún queda quien asegure que se trata de una invención medieval realizada por medio de complejos procesos holográficos para producir el efecto 3D cuando en el siglo XIX se mirase el negativo y se ampliaran, por ejemplo, la zona de los ojos y se observase sobre ellos monedas romanas del año 30 según la costumbre local.

De todo eso y mucho más deberemos soportar cada Semana Santa, repetidos ad nauseam por todos los medios de comunicación esmerados en entrevistar desconocidos expertos en negar todo lo afirmado y en afirmar todo lo negado.

Las preciosas reliquias de la Pasión

Un silencio revelador es el que se hace en torno a todas las reliquias que se conservan de la Pasión. ¿Quien se ha enterado de su existencia o ha recibido la sugestión de visitarlas y venerarlas con piadoso amor?

La cristiandad cuenta con decenas de ellas. Todas son testimonios ciertos de la veracidad histórica de los Evangelios y obligan - forzosamente - a darles aceptación. Cosa aparte es la rebelión a la consecuencia que ello implica, esto es, la suprema virtud y verdad que de ellos emana y la necesidad de seguir a Cristo a riesgo de la condenación eterna.

Examinemos, en tanto, el glorioso panorama que nos ofrece la Santa Iglesia, Maestra infalible de la Verdad y depositaria de tan ricos dones.

Las columnas del Templo de Jerusalén

El magnífico templo que había en Jerusalén cuando murió nuestro divino Redentor fue destruido, y según el sagrado vaticinio pronunciado por sus labios sagrados, no quedó piedra sobre piedra. Constantino el grande hizo trasladar doce columnas de este templo destruido, para que se colocaran delante de la Confesión de San Pedro; hoy en día aún se ven ocho debajo de la magnífica cúpula del Vaticano, dos en el altar de San Mauricio, dentro de la capilla del Santísimo, y otra en la cámara inferior de la capilla della Pietá, que según la tradición es en la que estuvo apoyado el divino Jesús cuando de edad de doce años disputó con los doctores de la Ley.

Columnas del velo del templo

El velo del templo de Jerusalén, que se rasgó en dos partes al morir nuestro divino Salvador, era sostenido por dos columnas, las cuales hoy día se conservan en el claustro de la basílica de San Juan de Letrán, en Roma.

Mesa de la Cena

La mesa, en la cual el amabilísimo Jesús celebró la última Cena e instituyó el adorable Sacramento del altar, se conserva y venera en la misma basílica de San Juan de la Cruz.

Plato de la Cena

Se conserva uno en la santa iglesia de Génova

Toallas

De las que sirvieron, tanto para lavarse las manos al Salvador como para enjuagar los pies a sus Discípulos, se conserva una parte notable en la citada basílica de San Juan.

Asiento

Del que, en forma de cama, sirvió a nuestro amable Jesús en la última Cena, se conserva una gran parte en la capilla llamada Sancta Sanctorum, en Roma.

Cáliz

El precioso cáliz de que se sirvió nuestro divino Redentor al instituir el augustísimo Sacramento del altar, tiene la imponderable dicha de conservarlo la santa y metropolitana Iglesia de Valencia: todos los años se coloca en el Monumento.

Monedas que recibió Judas

Se conservan tres en la catedral de Génova, y una en la basílica de Santa Cruz de Jerusalén, en Roma

Cenáculo

Ocupado hasta mediados del siglo XX por los musulmanes, este lugar, uno de los más santos en la tierra, puede ser visitado bajo las condiciones impuestas por el gobierno que actualmente rige Tierra Santa. Los cristianos pueden visitarlo y ganar las preciosas indulgencias concedidas por los Romanos Pontífices a cuantos orasen en tan santo sitio.

Huerto de Getsemaní

Tanto la gruta en donde oró nuestro divino Redentor, que se conserva en su estado natural, como algunos de los olivos, que se cree son los mismos que existían en tiempo de la Pasión del Señor, están bajo la custodia de los ejemplares hijos del patriarca de Asís, en Jerusalén.

Piedra del torrente del Cedrón

Habiendo prendido al Señor, y llevándolo a la casa de Anás, al pasar por el torrente de Cedrón, la tradición dice que tiraron al Señor al fondo del torrente, dejando impresas las huellas de sus pies, rodillas, manos y cabeza sobre la durísima piedra que aún hoy se muestra a los peregrinos.

Cuerdas con que fue atado el Señor

Un pedazo importante se conserva en España, en la basílica del Escorial, y otro en Italia, en la catedral de Anaghi.

Casa de Anás

En el lugar donde estuvo esta casa hay una iglesia y convento, ocupado por monjas armenias.

Casa de Caifás

En el lugar en que estuvo hay una iglesia, cuidada por los armenios: en ella se ve un calabozo muy reducido, en donde pasó algunas horas nuestro divino Salvador: allí mismo había una columna en la cual estuvo atado, y es la que hoy se venera en Roma, en la iglesia de santa Práxedes. En el altar que hay en el fondo del ábside de esa iglesia se ve la piedra que se puso a la puerta del sepulcro del Salvador.

Lienzo con que vendaron los ojos al Señor

Se venera una parte en la iglesia de San Francisco á Ripa, en Roma.

Pretorio de Pilatos

El lugar en donde estaba hoy día también estuvo ocupado por los musulmanes, pero los fieles ya pueden visitarle y ganar indulgencia plenaria orando allí.

Escala Santa

Se llama así la que estando en el pretorio de Pilatos fue santificada y regada con la sangre de nuestro amable Salvador: tiene veintiocho gradas; se conserva en Roma, en la iglesia que lleva su nombre. Los fieles la suben de rodillas.

Columna de la flagelación

La principal parte se conserva en Jerusalén en la capilla que los Padres Franciscanos tienen en el Santo Sepulcro; pero se veneran partes muy notables en las principales basílicas de Roma, en la basílica del Escorial en España y en la iglesia de San Marcos de Venecia.

Azotes

Se veneran en la catedral de Anagni y en la Iglesia de Santa María in vía lata en Roma.

Corona de Espinas

Se venera en la Santa Capilla de Paris, pero sin espinas que han sido distribuidas por toda la cristiandad: en Roma son cerca de veinte las que reciben veneración pública: las iglesias que tienen más son las de San Marcos y Santa Praxénedes, las cuales conservan tres. En el Vaticano hay dos; en San Juan de Letrán una, etc. En España son muchas las que reciben veneración en diversas iglesias: en el Escorial se veneran once; Barcelona tiene la dicha de venerar varias, y en el célebre santuario de Montserrat se custodian dos.

Clámide

Se conserva parte en las iglesias de San Juan de Letrán, Santa María la Mayor y San Francisco à Ripa, en Roma

Columna de los improperios

Se conserva en la iglesia del Santo Sepulcro, en Jerusalén.

Arco del Ecce Homo

Hoy día se ve gran parte de él en la magnífica iglesia que el celoso misionero Alfonso María de Ratisbona levantó en Jerusalén para las monjas de Sión, tras su conversión desde el judaísmo por gracia de Nuestra Señora.

Santa Faz

La tradición común es que fueron tres las imágenes que quedaron en el velo de la Verónica, pero son muchísimas mas las que se veneran en la cristiandad. Las auténticas son: la que se venera en Roma, en la basílica de San Pedro; en España, en la catedral de Jaén, y en Venecia, en la iglesia de San Marcos. Las demás, aunque milagrosas, son tenidas como facsímiles o tocadas al original.

Puerta judiciaria

Aún se ven en Jerusalén restos de esa Puerta, por donde pasó el divino Salvador yendo al Calvario.

Columna de la sentencia

Frente a la puerta judiciaria se ve hoy, guardada por los Padres Franciscanos, la gran columna donde, según la tradición, tuvieron a nuestro divino Salvador mientras hacían los preparativos para crucificarle.

Vestidos de Jesús

La túnica inconsútil se conserva en Argenteuil. Estudiada y contrastada con el Santo Sudario, las heridas coinciden y corroboran los relatos de la Pasión. Se guarda una similar en Tréveris, Alemania. El manto se repartió por la cristiandad, pero se conserva un importante trozo en la catedral de Anagni.

La santa Cruz

Pocas reliquias se han propagado por toda la tierra como la perteneciente al árbol santo en donde murió nuestro Redentor, pero de un modo especial se conservan aún partes insignes en las basílicas de San Pedro y santa Cruz de Jerusalén, en Roma; en la catedral de Anagni se venera también un pedazo muy notable, y en la cual se ve aun uno de los agujeros que se hicieron al crucificar a nuestro divino Salvador.

Clavos

La tradición enseña que fueron tres los que tuvieron suspendido al Salvador del mundo: uno entero se conserva en Santa Cruz de Jerusalén, en Roma; otro en la capilla del Palacio Real de Madrid, y otro se ha distribuido a diversas iglesias de la cristiandad. Además de esos clavos, se veneran otros que también eran de la cruz pues los brazos de la misma estaban clavados y el I.N.R.I. también.

I.N.R.I.

La principal parte se halla en la basílica de la Santa Cruz de Jerusalén en Roma; en san Juan de Letrán y en San Marcos de la misma ciudad santa se ven pedazos notables.

Esponja

La principal parte se venera en la Santa capilla de París, pero se conservan partes en la basílica del Escorial, en España, y en las de San Juan de Letrán, Santa María la Mayor y Santa María Transtévere, en Roma.

Lienzos que cubrieron al Señor estando en la cruz

Se veneran en San Juan de Letrán y en San Marcos, de la misma ciudad eterna.

La Lanza

Esta, sin la punta, se venera en San Pedro de Roma: la punta, según afirma el Papa Benedicto XIV, desde el tiempo de San Luis se conserva en la Santa capilla de Paris.

Sangre y agua

Es de fe que del costado se nuestro divino Salvador salió sangre y agua : entre las reliquias más insignes que se exponen a la pública veneración en la santa ciudad de Roma, se encuentra parte de la sangre, y agua que salió de su sagrado costado después de muerto, se conserva en la basílica de San Juan de Letrán. En la de San Marcos se expone un velo que se embebió en la misma sangre y agua.

Piedra de la unción

Se venera en Jerusalén, en la iglesia del Santo Sepulcro

Santo Sepulcro

Dios ha querido que permaneciera en Jerusalén, siendo bajo todos los conceptos el sepulcro más glorioso que ha habido y habrá sobre la tierra. Muchas iglesias se glorían de tener pequeñas partes de tan glorioso monumento.

Sudarios y lienzos del Señor en el Santo Sepulcro

Según la costumbre que tenían los hebreos al embalsama, varios eran los sudarios y lienzos que empleaban: así parece deducirse del evangelio de San Juan. En la iglesia de San Juan de Letrán se conserva uno de esos lienzos en que estuvo envuelta la cabeza del Señor en el Sepulcro. En las iglesias de San Marcos, de San Francisco á Ripa y en el Escorial, en España, se veneran partes de otros lienzos; pero los santos sudarios de Turín en Italia, Besancon en Francia y Santo Domingo de la Calzada en España, son los que de modo especial han sido venerados y admirados siendo el de Turín el que la ciencia certificó como autentificable por las notables corroboraciones históricas y prodigiosas cualidades del santo tejido.

Reflexión final

Si la emoción embarga nuestros corazones al contemplar la riqueza y significación de la presencia de tales reliquias, sólo cabe extender nuestro amor y comprensión a un paso más. Y es ineludible.

¡Cuánto daríamos en este momento por ser trasladados - como Daniel al etíope - hasta cualquiera de estas reliquias! ¡Con qué gusto pasaríamos horas de rodillas venerando esos preciosos recuerdos del Salvador, que acaso fueron bendecidos por el roce de su tacto o que contienen parte de su Divina Sangre!

Y olvidamos, a un mismo tiempo, que quizás a pasos de nosotros, no muy lejos, tenemos al mismo Cristo presente en Cuerpo, Sangre, Alma y Divinidad. ¡A pocos minutos tenemos al mismo Cristo presente y tan vivo como cuando regó de gracias las preciosas reliquias que comentamos!

Contemplémosle ahora allí, donde le tenemos cerca. Meditemos en lo sólo y abandonado que se encuentra. Nadie peregrina hasta allí, nadie se arrodilla ante su sagrada Presencia. Pocos, muy pocos, parecen tener conciencia cabal de Él.

Vemos a tantos comulgar sin respeto, sin la debida compenetración que tal acto merece ¡Acto envidiado por los mismos ángeles, que no pueden comulgar! Es el mismo Cristo que viene a nosotros. ¡Cuántos comulgan con la mano, tocando con sus manos indignas e impuras el sagrado Cuerpo del Redentor! Duele pensar en semejante irreverencia, que a causa de la extensión y frecuencia ha sido indultada por la Iglesia. Imaginar tan sólo las divinas partículas olvidadas en la mano y llevadas al bolsillo, o caídas al suelo. Tiemblo al pensar en ello, en la tristeza y escándalo de los santos ángeles.

Mártires y santos, los mismos cruzados ofrecieron sus vidas por la conservación de las reliquias y lugares sagrados. Muchos prefirieron morir antes que verlas profanadas. ¿Cómo no querremos nosotros, hermanos en la fe e hijos de la Iglesia como ellos, ya no venerar las reliquias sino adorar a nuestro dulce y amable Salvador presente día y noche en la Sagrada Eucaristía?

Fuente: Catholic.net
Enviado por el Padre Cardozo. fsspx.
fonte:apostolado eucaristico

terça-feira, 30 de março de 2010

Formación del rito romano tradicional, llamado “Misa de San Pío V”



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A. PREÁMBULOS

Hasta ahora sólo hemos recordado la parte “teórica” de la Santa Misa, o sea la doctrina que transmitió Nuestro Señor Jesucristo a su Iglesia referente al Sacrificio del Altar. Nos queda por ver cómo históricamente se elaboró, desarrolló y perfeccionó el rito de la Santa Misa. Antes de seguir paso a paso la historia de este desarrollo, escuchemos al Papa Pío XII, en su encíclica Mediator Dei, explicar y describirnos cuáles fueron los principios que guiaron la Iglesia a lo largo de los siglos en la formación de su rito sacrificial:

1. Existen elementos del rito que pueden cambiar y otros no: “la Sagrada Liturgia consta de elementos humanos y divinos: éstos, evidentemente, no pueden ser alterados por los hombres, ya que han sido instituidos por el Divino Redentor; aquéllos, en cambio, con aprobación de la Jerarquía eclesiástica, asistida por el Espíritu Santo, están sujetos a modificaciones diversas, según lo exijan los tiempos, las cosas y las almas” (nº 49).

2. Pueden modificarse los ritos sólo en la medida que quede salvaguardada la integridad de la fe: “La Iglesia, en realidad, es un organismo vivo, y por eso crece y se desarrolla también en lo que toca a la Sagrada Liturgia, y se adapta a las exigencias y circunstancias de cada época, con tal que quede salvaguardada la integridad de su doctrina” (nº 58). Este es el principio más fundamental del desarrollo del rito de la Misa. Ante todo la Iglesia quiere conservar la pureza de la doctrina sobre el Santo Sacrificio del Altar, tal como la transmitió su divino fundador. Un rito que estuviese en oposición con la expresión de la fe católica sería inaceptable y debería ser absolutamente condenado y reprobado.

3. ¿Por qué se modificaron los ritos? Según el Papa Pío XII, por cuatro razones principales: 1º) “Una formulación más segura y precisa de la doctrina católica”. De nuevo el Pontífice insiste sobre la exactitud doctrinal de los ritos; 2º) “El desarrollo ulterior de la disciplina eclesiástica en lo que toca a la administración de los Sacramentos”; 3º) “Las iniciativas y las prácticas de piedad no íntimamente unidas a la Sagrada Liturgia, nacidas en épocas posteriores por disposición admirable del Señor y tan difundidas entre el pueblo”; 4º) “El progreso de las Bellas Artes, en especial de la arquitectura, la pintura y la música” (nº49).

4. Trascendencia práctica de los ritos. “Aunque las ceremonias no contengan en sí ninguna perfección y santidad, sin embargo son actos externos de religión que, como signos, estimulan al alma a venerar las cosas sagradas, elevan la mente a las realidades sobrenaturales, nutren la piedad, fomentan la caridad, acrecientan la fe, robustecen la devoción, instruyen a los sencillos, adornan el culto de Dios, conservan la religión y distinguen a los verdaderos fieles de los cristianos falsos y heterodoxos” (nº 23).

Éstos son los principios que, durante veinte siglos, guiaron la Iglesia en la formación de sus ritos. Convencida del gran alcance espiritual y doctrinal de sus fórmulas y ceremonias litúrgicas, especialmente en cuanto a la profesión y defensa de la fe, la Iglesia cuidó siempre celosamente la expresión exterior de su culto. Tenemos que ver ahora cómo históricamente se aplicaron dichos principios y se formó el rito romano de la Misa, codificado por San Pío V.

B. LA MISA, DE SAN PEDRO AL SIGLO XVI (1)

1. La Misa en la época de los Apóstoles.

Desde la edad apostólica, la estructura de la Misa fue la que conocemos, con todas sus partes. El cuadro adjunto muestra el perfeccionamiento del rito desde nuestro Señor Jesucristo hasta la época de San Pío V. Todas las partes del rito se desarrollaron y fijaron armoniosamente en torno al núcleo esencial dejado por el Salvador a sus Apóstoles: la consagración.

El Sacrificio de la Misa fue instituido después de una comida, el Jueves Santo. Por eso, en algunos lugares, se acompañó la celebración del Sacrificio eucarístico con una comida entre cristianos: el ágape. Pero se llegaron pronto a excesos, de los que se quejaba San Pablo (1 Cor. 11), y se comprendió la necesidad de separar la Misa del ágape, manifestando bien la diferencia esencial entre el sacrificio y la comida.

Desde el principio, el carácter sacrificial de la Misa fue netamente marcado, por la presencia del altar: “Tenemos un altar –dice San Pablo– del cual no tienen derecho a comer los que dan culto en el tabernáculo” (2) (es decir los sacerdotes del templo de Jerusalén). En otro lugar dice el Apóstol: “No podéis beber el cáliz del Señor y el cáliz de los demonios. No podéis participar de la mesa del Señor y de la mesa de los demonios”.(3) El Catecismo del Concilio de Trento explica que “así como por la mesa de los demonios se ha de entender el altar donde se les sacrificaba, así también (para que se concluya con un discurso probable, lo que propone el Apóstol) no puede significar otra cosa la mesa del Señor, que el altar, en que se ofrece Sacrificio al Señor”.(4)

Podemos resumir de esta manera las enseñanzas del Nuevo Testamento relativas al rito eucarístico: El primer día de la semana los fieles se reúnen para “la fracción del pan”.(5) Durante la reunión, se leen los Evangelios y las Cartas Apostólicas,(6) se predica la palabra de Dios,(7) se reza por todos los hombres (8) y se da el beso de paz.(9) Después el sacerdote, imitando a Cristo, toma el pan y el vino,(10) bendice y da gracias a Dios sobre los elementos eucarísticos (11) y repite lo que dijo Cristo. (12) Al final los fieles responden “Amén”,(13) y se da la comunión bajo las dos especies.(14)

2. La Misa en la época de San Justino (hacia el año 150).

La primera descripción de la Misa conservada aparte de la Biblia es la de San Justino: “En el día del sol, todos aquellos que viven en las ciudades o en los campos se reúnen en un mismo lugar. Entonces se leen las memorias de los apóstoles y los escritos de los profetas, mientras hay tiempo. Luego, cuando el lector ha terminado, el que preside toma la palabra para amonestar a los presentes y exhortarles a imitar las hermosas lecciones escuchadas. Después nos levantamos todos y entonamos oraciones, y, como arriba dijimos, se trae el pan, el vino y el agua, y el que preside, eleva oraciones y acciones de gracias según tiene por conveniente, y el pueblo responde Amén. Entonces tiene lugar la distribución de las cosas eucarísticas a cada uno, y se llevan a los ausentes por medio de los diáconos”.

En otro lugar San Justino precisa: “Este alimento es llamado por nosotros eucaristía. A ninguno es permitido comer de él, sino a quien cree ser verdadero lo que nosotros enseñamos, ha sido bautizado con el bautismo de la remisión de los pecados y de la regeneración y vive como Cristo manda. Porque nosotros no comemos estas cosas como si fueran pan y bebida vulgares, sino de la misma manera como Cristo nuestro Salvador, por medio del Verbo de Dios, tomó carne y sangre, así también el alimento, hecho eucarístico mediante la palabra que viene de El — alimento de que nuestra sangre y carne se nutren con vistas a la transformación —, es, según nos han enseñado, la carne y la sangre de Jesucristo encarnado. Los apóstoles, en efecto, en las memorias que escribieron, y que nosotros llamamos Evangelios, nos han referido que a ellos les fue dada esta orden: Jesús, tomando el pan dio gracias y dijo: Haced esto en memoria mía. Esto es mi cuerpo. Y del mismo modo, tomando una copa, dio gracias, diciendo: Esto es mi sangre. Y a ellos solos Jesús dio a gustar... Desde entonces, hacemos siempre entre nosotros conmemoración de estas cosas”.

San Justino habla también del beso de paz; la práctica de la fracción de pan era ya generalizada. Podemos observar la discreción con la que habla de las oraciones consagratorias. Tal actitud es conforme a la regla del secreto que se mantuvo hasta el final de las persecuciones.

Por tanto, como lo muestra el cuadro comparativo, vemos que la liturgia descrita por San Justino no acusa novedad ninguna en comparación con las ceremonias descritas en los escritos de los Apóstoles. Constituye un desarrollo progresivo del rito instituido por nuestro Señor Jesucristo el Jueves Santo y corresponde ya, en sus líneas generales, con la estructura de la Misa codificada por San Pío V.

3. Formación del Canon romano y Misa de San Gregorio.

a) Formación del Canon romano. Resulta difícil establecer la historia exacta del desarrollo del Canon (o plegaria consagratoria). Tal como fue ratificado por San Pío V en 1570, el Canon romano ya estaba acabado en la época de San León (400-461). San Gregorio Magno lo completó definitivamente agregándole seis palabras: “Diesque nostros in tua pace disponas”, al final del “Hanc igitur”. Siempre se tuvo una veneración muy grande hacia el Canon: “Es la oración sacrificial de la Iglesia, en la que Cristo, como Sumo Sacerdote, renueva al Padre la oblación perfecta de todo su cuerpo y toda su sangre, inmolado un día sobre el calvario, para la salvación del mundo. Entre todas las fórmulas litúrgicas, la del Canon es, sin duda, la más sagrada y la más veneranda, porque encuadra las palabras divinas de la institución eucarística, y, desde hace dieciséis siglos, en los labios de millares de obispos y sacerdotes, constituye invariablemente la expresión oficial de la oración sacerdotal”.(15)

b) Las palabras de la consagración. La fórmula de la consagración contenida en el rito romano es más amplia que la que nos transmitió la Sagrada Escritura. Según la Tradición, referida por Santo Tomás, estas palabras “derivan de la tradición del Señor, llegada a la Iglesia a través de los Apóstoles”.(16) San Alberto Magno pensaba lo mismo, y el Papa Inocencio III lo afirmó expresamente: “Nos preguntas quién añadió en el Canon de la misa a la forma de las palabras que expresó Cristo mismo cuando transustanció el pan y el vino en su cuerpo y sangre, lo que no se lee haber expresado ninguno de los evangelistas (…) En el canon de la misa se halla interpuesta la expresión "mysterium fidei" a las palabras mismas (…) A la verdad, muchas son las cosas que vemos haber omitido los evangelistas tanto de las palabras como de los hechos del Señor, que se lee haber suplido luego los Apóstoles de palabra o haber expresado de hecho (…) Creemos, pues, que la forma de las palabras, tal como se encuentra en el canon, la recibieron de Cristo los Apóstoles, y de éstos, sus sucesores”.(17)

c) La Misa en la época de San Gregorio Magno (Papa de 590 a 604). Si pudiéramos presenciar una Misa cantada por San Gregorio, nos sorprendería su similitud con la Misa codificada por San Pío V en 1570. El cuadro comparativo muestra con evidencia que se trata substancialmente del mismo rito, más desarrollado a lo largo de los siglos.

3. Últimas modificaciones del rito romano desde San Gregorio hasta el siglo XV.

Tres aspectos principales marcan el perfeccionamiento de la Misa entre el siglo VI y el siglo XV:

a) La asimilación de ritos de origen galicano. Cuando murió San Gregorio, todavía el rito romano no era el rito común del Occidente católico. A lado de él existían otros ritos muy antiguos, como el rito ambrosiano (en Italia), el rito mozárabe (en España) y el rito galicano (en Francia). Este último tuvo una influencia particular sobre el desarrollo del rito romano. El Asperges, el Salmo Judica me, el Confiteor, las oraciones acompañando las ceremonias del Ofertorio y las tres oraciones antes de la comunión son todos de origen galicano. Es de observar que la parte central de la Misa, el Canon, no fue retocada. Ya había llegado a su estado de perfección.

b) El desarrollo del Ofertorio. A vista de las vivísimas críticas de Lutero relativas al Ofertorio –como lo veremos pronto–, no será inútil detallar un poco más sus fundamentos.

El Ofertorio, tal como se encuentra en el rito romano actual, ya estaba acabado en siglo XIV. Con las oraciones del Ofertorio, la Iglesia subraya el significado completo del misterio que se va a llevar a cabo y permite a los fieles unirse más íntimamente con él. ¿Qué ocurre en el Ofertorio? ¿Cuál es su sentido profundo? El Ofertorio incluye varios aspectos:

- ES LA OBLACIÓN ANTICIPADA DEL SACRIFICIO DE CRISTO: Durante el Ofertorio se ofrece a Dios la materia del Sacrificio, en cuanto se va transformar unos instantes después en la Divina Víctima.

- EXPONE LA DOCTRINA CATÓLICA RELATIVA AL SACRIFICIO DE LA MISA: El Canon es la acción sacrificial; el Ofertorio manifiesta con mucha precisión el dogma católico de la Santa Misa, especialmente en cuanto a la propiciación por los pecados. Es como un “catecismo de la Misa”. De hecho, un protestante contemporáneo no dudaba en decir que “la parte central del Ofertorio, «Suscipe Sancte Pater», es una perfecta exposición de la doctrina romana sobre el Sacrificio de la Misa”.(18)

- MANIFIESTA Y FOMENTA LA OBLACIÓN INTERIOR DE LOS FIELES, llamados a unirse íntimamente con la oblación de Cristo: el Ofertorio insiste sobre la importancia del sacrificio y oblación interior de los fieles, en unión con la divina Víctima. También recalca las disposiciones necesarias para aprovechar el sacrificio y recibir sus frutos.

Por lo tanto podemos decir que el Ofertorio es como un baluarte doctrinal y espiritual del Santo Sacrificio. Presenta la gran ventaja de introducir y preparar al Sacrificio.

c) El desarrollo del culto eucarístico. Después de San Gregorio, las otras partes de la Misa casi no fueron modificadas. Es de observar que el Canon codificado por San Pío V quedó sin modificarse desde el siglo V.

La recepción de la Eucaristía bajo las dos especies se fue dejando paulatinamente, por varias razones, a la vez prácticas y doctrinales: la comunión a la Preciosísima Sangre requería cuidados especiales e implicaba complicaciones rituales (los inconvenientes eran muchos y entre ellos se cuentan no sólo la “efusión del líquido en los varios trasiegos de los cálices, repugnancia instintiva de algunos, especialmente mujeres, hacia el vino; suciedad de los vasos, barbas largas, que quedaban impregnadas; conservación difícil por el peligro de avinagrarse, costo notable, facilidad de helarse en los duros inviernos septentrionales” (19)). También lo exigió la protección de la fe en la Presencia real: el hereje Juan Hus (1372-1415) y sus seguidores insistían violentamente sobre la necesidad de comulgar bajo las dos especies, creyendo que Cristo no estaba presente enteramente en ambas con su Cuerpo, Sangre, Alma y Divinidad. Afirmaban que en las especies del vino está la Sangre sin el Cuerpo; en las del pan está el Cuerpo sin la Sangre. La supresión de la comunión del Sanguis fue también una respuesta a esta herejía.

Hacia el fin del siglo XII apareció el rito de la elevación después de la consagración. Durante la Edad Media, muchas manifestaciones de piedad hacia la Presencia real de Cristo florecieron, en contra de la herejía de Berengario de Tours, quien fue el primero en poner en duda la transubstanciación. Apareció, por ejemplo, la costumbre de conservar los dedos pulgares e índices unidos desde la consagración hasta la purificación de los mismos después de la comunión, para que no se pierda ninguna partícula de las Sagradas Especies. Con este mismo espíritu se instituyó también la fiesta de Corpus Christi.

El desarrollo del culto eucarístico es un ejemplo llamativo de la preocupación doctrinal de la Iglesia en lo que se refiere a sus ritos. Ve en ellos la profesión y el baluarte de la fe, una respuesta práctica a las herejías.

4. Forma definitiva del Rito romano.

A fines del siglo XII, Inocencio III (1198-1216) promulga un Ordo Missæ que refleja el rito en uso en la capilla papal: muestra una identidad casi completa con el que, tres siglos y medio más tarde, se impondrá a toda la Iglesia por San Pío V en la reforma del misal. Las diferencias son pocas y de escasa importancia.(20)

C. ATAQUES PROTESTANTES CONTRA LA MISA

“Cuando la Misa sea trastornada, estoy convencido de que habremos tornado definitivamente al papismo. Efectivamente, el papismo se apoya en la Misa como sobre una roca, todo entero, con sus monasterios, obispados, colegiatas, altares, ministerios y doctrinas, en una palabra, con todo su vientre. Todo eso crujirá necesariamente cuando sea resquebrajada su Misa sacrílega y abominable”.(21)

Lutero, jefe del protestantismo alemán, anuncia claramente sus intenciones: “Hay que derribar la Misa para herir la Iglesia católica en su corazón”.(22)

El heresiarca no se equivocaba. Toda la vida cristiana se apoya sobre la renovación incruenta del Sacrificio del Calvario. Al modificar paulatinamente los ritos y ceremonias tradicionales de la Misa, Lutero llevó insensiblemente a los fieles a un cambio en la fe. Aconsejaba lo siguiente: “Para alcanzar segura y felizmente el objetivo, hace falta conservar ciertas ceremonias de la antigua Misa para los débiles, que podrían escandalizarse por un cambio demasiado brutal”.(23) Tales cambios visibles de la liturgia responden a conceptos doctrinales totalmente erróneos, especialmente sobre la Santa Misa y el sacerdocio.

1. La herejía protestante.

Lanzada en el año 1517, la herejía protestante fue difundida por Lutero –en Alemania–, Calvino y Zwinglio –en Francia y Suiza– y Enrique VIII –en Inglaterra–. Estos tres hombres fundaron, fuera de la Iglesia católica, tres iglesias disidentes: la iglesia luterana, calvinista y anglicana, llamadas usualmente con el nombre genérico de “iglesias protestantes”. Por eso la palabra “protestante” se refiere a realidades y doctrinas muy distintas. Conviene aquí dar un retrato de ellas, para comprender el origen de los cambios operados en la liturgia por los pseudo-reformadores.

a) Lutero. Lo esencial de la doctrina de Lutero se halla en La Confesión de Augsburgo, en la Apología de la Confesión de Augsburgo y en los dos catecismos redactados por él en 1529.

Mientras la doctrina católica considera que la Iglesia enseñante es la única depositaria de la verdad revelada, cuyas fuentes son la Sagrada Escritura y la Tradición oral, Lutero rechaza el poder de enseñar de la Iglesia y, por consiguiente, la Tradición oral. Afirma que la única fuente de la fe es la Biblia, interpretada por la razón individual, iluminada directamente por el Espíritu Santo.

El centro de la doctrina luterana se halla en la interpretación de la naturaleza caída después del pecado original y en la justificación por la gracia.

La teología católica enseña que la salvación se opera por una colaboración estrecha entre Dios y el hombre: Primero, Dios da su gracia; después, el hombre coopera a la obra de Dios, con el uso de su libertad. La sociedad de los fieles, con una estrecha solidaridad, pone sus bienes en común, o sea sus oraciones, sacrificios, sufrimientos, de manera que sirvan al bien, santificación y salvación de todos. Es la llamada “Comunión de los Santos”.

Según la doctrina individualista de Lutero, que rechaza dicha comunión, el pecado original corrompió radicalmente la naturaleza humana, de manera que ya no existe la libertad: desde el pecado original, el hombre ya no es libre de hacer el bien. No puede sino pecar. La gracia, según Lutero, no transfigura interiormente al alma ni hace de ella el “templo del Espíritu Santo” –como dice San Pablo–, sino que tapa la miseria humana, a modo de un manto. Esta gracia “luterana” consigue infaliblemente la salvación, pero no borra en el alma la malicia del pecado.

Al fundarse sobre la negación de la libertad humana, dicha doctrina tiene gravísimas consecuencias doctrinales y morales: El rechazo de la necesidad de las buenas obras, de la oración, del culto a los santos, del purgatorio, de las indulgencias…

Puesto que la única condición exigida para la justificación es la fe, se rechaza también la esencia de los sacramentos. Para Lutero, los sacramentos son puros símbolos destinados a alimentar la fe. También se pueden considerar como ciertas manifestaciones exteriores de que somos justificados, pero en absoluto en el sentido católico, como medios reales de santificación, comunicando y produciendo la gracia.

Finalmente, al afirmar que la salvación proviene directamente de Dios, sin intermediarios, Lutero llega a negar la necesidad de la jerarquía eclesial instituida por Nuestro Señor Jesucristo. Por eso se entregará a los príncipes la autoridad sobre las iglesias.

b) Zwinglio y Calvino. La mayor parte de la doctrina de Lutero se encuentra también en ellos. Sin embargo se observan varias diferencias, especialmente en cuanto al modo de presencia real en la Eucaristía. La característica principal del sistema de Calvino y Zuinglio consiste en la teoría de la predestinación absoluta, según la cual los hombres son predestinados desde toda la eternidad a la beatitud o a la condenación, sin previsión ninguna de sus méritos. Como Lutero, rechazan la jerarquía sacerdotal, pero difieren de él al afirmar la independencia y supremacía de la iglesia sobre el estado.

c) Enrique VIII y sus sucesores. El caso de la iglesia anglicana es algo distinto: en un principio, la separación con la Iglesia católica se hizo por motivos personales y diplomáticos, no religiosos. El fondo de la enseñanza seguía siendo católico. Pero después de la muerte de Enrique VIII, el poder fue entregado a Mons. Cranmer, Arzobispo de Canterbury, y al Duque de Somerset, ambos allegados a los protestantes de Alemania, que permitieron y fomentaron la difusión de la herejía luterana. Puesto que los ingleses seguían muy aficionados a la fe católica, en primera instancia los reformadores se empeñaron en modificar exteriormente el culto, antes de cambiar abiertamente la doctrina –según la táctica enseñada por Lutero–.

2. Errores protestantes relativos al culto.

Las consecuencias de las herejías protestantes sobre la doctrina de la Misa son gravísimas. Se resumen en una triple negación:

- del carácter sacrificial y expiatorio de la Misa.
- de la presencia real por transubstanciación.
- del sacerdocio ministerial del sacerdote.

a) El carácter sacrificial y propiciatorio de la Misa. La teoría de la justificación del hombre por la fe sin las obras llevó a negar que la Misa sea esencialmente un sacrificio de expiación por los pecados. Lutero decía que “el elemento principal de su culto, la Misa, es la mayor de las impiedades y abominaciones; hacen de ella un sacrificio y una obra de bien”.(24) “La Misa no es un sacrificio, o la acción de un sacrificador. Veamos en ella un sacramento o un testamento. Llamémosla bendición, eucaristía o memoria del Señor”.(25) “Es un error manifiesto e impío el ofrecer o aplicar la misa por los pecados, como satisfacción, o por los difuntos”.(26) A veces Lutero hablará de “sacrificio”, pero sólo en el sentido de un sacrificio de alabanza o acción de gracias, jamás de un sacrificio de propiciación. Para el heresiarca, la Misa no es sino un simple memorial de la Pasión y de la Cena del Señor. Su fin es instruir a los fieles y recordarles el Sacrificio del Calvario, para provocar en ellos el acto interior de fe: “El Santo Sacramento no fue instituido como un sacrificio ofrecido por el pecado, sino para despertar nuestra fe y consolar las conciencias”.(27) Por consiguiente, para alcanzar dicha instrucción, la liturgia de la Palabra debe tener el lugar principal y la comunión un lugar segundario. De sacrificio propiciatorio por los pecados, la Misa pasa a ser una reunión de los creyentes, una conmemoración de la Cena y Pasión del Señor en que Cristo alimenta nuestra fe por su palabra y su eucaristía.

b) La presencia real por transubstanciación. Los protestantes se opusieron también al dogma de la transubstanciación, con el que la Iglesia católica designa el cambio operado por las palabras de la consagración de toda la sustancia del pan y del vino en el Cuerpo, Sangre, Alma y Divinidad de Cristo, sólo permaneciendo las apariencias –llamadas también “especies”– del pan y del vino. Pero entre los reformadores se originó una violenta controversia.

Lutero defendía la tesis de la empanación, según la que la materia del pan y vino permanece después de la consagración: “Ya no es simplemente pan de horno, sino pan-carne, pan-cuerpo o sea un pan que hizo un solo ser y realidad sacramental con el cuerpo de Cristo”. (28) Todavía algo quedaba de la presencia real, mientras que Calvino aceptaba solo una presencia virtual: Para él, el pan era sólo un signo, una representación de Cristo, presente realmente en el cielo y en ninguna otra parte.

Es de notar que la presencia más o menos real profesada por ambos proviene del acto de fe de los fieles reunidos, y no de la eficacia de las palabras de la consagración pronunciadas por el sacerdote.

c) El sacerdocio ministerial. Tal concepción de la Misa y de la Eucaristía reduce necesariamente la función del sacerdote. El ministro se vuelve un simple presidente de la asamblea. Ya no actúa más como instrumento de Cristo, en la persona de Cristo. Lutero llegó a negar la distinción fundamental entre los clérigos y los laicos: “Se ha descubierto que el Papa, los obispos y los monjes forman el estado eclesiástico, mientras los príncipes, señores, artesanos, paisanos forman el estado seglar. Es puro invento y mentira. En realidad, todos los cristianos son el estado eclesiástico; no se halla entre ellos ninguna diferencia, sino la función que ocupan (…) Cuando un Papa o un obispo unge, confiere la tonsura, ordena, consagra, se viste de otra manera que los laicos, puede hacer unos embusteros o ídolos ungidos, pero nunca un cristiano o eclesiástico (…) todo lo que sale del bautismo puede jactarse de ser consagrado sacerdote, obispo o Papa aunque no esta función no conviene a todos”. (29) Por tanto, Lutero defiende el concepto de sacerdocio universal y rechaza el sacramento del Orden sagrado.

3. La liturgia protestante.

Respecto a las modificaciones exteriores del culto, los protestantes actuaron a propósito de modo progresivo: “El sacerdote se las puede arreglar muy bien, de manera que el hombre del pueblo desconozca siempre el cambio realizado y pueda asistir a misa sin escandalizarse”.(30) Aplicando este solapado principio, se operaron los siguientes cambios:

- DESAPARICIÓN PROGRESIVA DEL LATÍN. Siendo la “misa luterana” esencialmente un memorial, una reunión para instruir a los fieles y no propiamente un acto sacrificial, el latín no tenía más su razón de ser y se volvía más bien un obstáculo. Tenía que desaparecer.

- SUPRESIÓN DEL OFERTORIO: El motivo presentado para eso quedaba en claro: “Esta abominación (…) que llaman ofertorio. Ah, casi todo suena y huele a sacrificio”.(31) El Ofertorio, compendio doctrinal de la Santa Misa, no podía sobrevivir a la purga luterana.

- USO DEL TONO NARRATIVO, EN VOZ ALTA, PARA LA CONSAGRACIÓN. Al usar dos tonos distintos, el rito romano distingue bien el relato de la Institución de las palabras consagratorias. El relato se dice en tono narrativo; las palabras de la consagración se dicen en tono imperativo, para manifestar que ahí opera el mismo Jesús, ofreciéndose por el ministerio del sacerdote. Al ser la misa luterano un simple memorial, el tono imperativo, propio a la acción sacrificial, perdía su razón de ser.

- CAMBIO DE LAS PALABRAS DE LA CONSAGRACIÓN: Se suprimió el “mysterium fidei”, porque no se encuentra en la Biblia sino sólo en la Tradición oral, ignorada por Lutero.

- SUPRESIÓN DE LOS SIGNOS DE RESPETO A LA EUCARISTÍA: por ejemplo desaparecieron las genuflexiones, la unión de los dedos del sacerdote después de la consagración; se usaron vasos sagrados de materia común (por supuesto sin dorado). El relato de una de las primeras “misas” protestantes refiere que, al caer una hostia sobre el piso, el celebrante “dijo a los laicos que la recogieran, y mientras no lo hacían, sea por respeto o superstición, dijo sólo: «que se quede ahí, mientras no se la pisotee»”.(32)

- COMUNIÓN DE PIE, EN LA MANO.

- COMUNIÓN BAJO LAS DOS ESPECIES. Ya que la Misa luterana se volvía esencialmente una reunión, una cena en memoria de la última Cena, se tenía que comulgar también al cáliz: una comida sin bebida no tiene razón de ser…

- CELEBRANTE CARA AL PUEBLO. Lutero da un lugar preponderante a los fieles. El celebrante ya no se halla a la cabeza del pueblo, dirigido hacia la Cruz del altar, sino hacia los fieles a los cuales tiene que instruir.

- CAMBIO DEL ALTAR POR UNA MESA, para diluir la idea de sacrificio, y reducir la Misa a una reunión en memoria de la Cena. En Inglaterra, se mandó a todos los obispos la siguiente directiva: “el altar tiene que ser sacado inmediatamente de todas las iglesias y reemplazado por una mesa”.(33) La razón de este cambio no se ocultaba: “La forma de mesa hará mejor pasar a los simples de las opiniones supersticiosas de la Misa papista al legítimo uso de la Cena del Señor. Porque un altar sirve para ofrecer un sacrificio, pero la mesa sirve para comer (…) Nadie puede negar que la forma de mesa es más indicada para participar a la comida del Señor”.(34)

- ABOLICIÓN DEL CULTO A LOS SANTOS Y A LA VIRGEN MARÍA.

La revolución luterana no podía quedar sin respuesta. La Iglesia tenía que reaccionar. Lo hizo con la reunión de un Concilio ecuménico, en la ciudad de Trento, en Italia.

D. EL CONCILIO DE TRENTO (1545-1563)

Los Padres del Concilio de Trento se empeñaron en reafirmar solemnemente la doctrina católica sobre los tres principales puntos atacados por la Reforma protestante referentes al Santo Sacrificio de la Misa.

1. Reafirmación del carácter sacrificial y propiciatorio de la Misa.

La Sesión XXII del Concilio fue enteramente dedicada al Santo Sacrificio de la Misa. Contiene los siguientes cánones:

- “Si alguno dijere que en el Sacrificio de la Misa no se ofrece a Dios un verdadero y propio sacrificio (…): sea anatema” (Sesión XXII, can. 1º). Recordemos que los protestantes no niegan totalmente la noción de sacrificio, sino que reducen la Misa a un simple memorial del Calvario y a un sacrificio de acción de gracias, no propiciatorio, que no tiene el poder de expiar los pecados y hacer que Dios nos sea propicio. Esto es el objeto del canon tercero:

- “Si alguno dijere que el Sacrificio de la Misa sólo es de alabanza o de acción de gracias, o mera conmemoración del Sacrificio cumplido en la Cruz, pero no propiciatorio (…): sea anatema” (Can. 3º). De este carácter sacrificial y propiciatorio de la Misa se sigue el permiso y aprobación de las misas “privadas” (sin asistencia de fieles) “porque se celebran por público ministro de la Iglesia, no sólo para sí, sino para todos los fieles que pertenecen al Cuerpo de Cristo” (Sesión XXII, cap. 6).

- “Si alguno dijere que las Misas en que sólo el sacerdote comulga sacramentalmente son ilícitas y deben ser abolidas, sea anatema” (Can 8º). Este canon muestra claramente que la Misa no es esencialmente una comida, porque si fuera el caso, asistir a ella sin comulgar no tendría razón de ser.

2. La transubstanciación.

La doctrina relativa al modo de presencia de Nuestro Señor Jesucristo en la Eucaristía se encuentra expresada en la XIIIª Sesión del Concilio:

- “Si alguno negare que en el Santísimo Sacramento de la Eucaristía se contiene verdadera, real y sustancialmente el cuerpo y la sangre, juntamente con el alma y la divinidad de nuestro Señor Jesucristo y, por ende, Cristo entero; sino que dijere que sólo está en él como en señal y figura o por su eficacia: sea anatema” (Can. 1º).

- “Si alguno dijere que en el sacrosanto Sacramento de la Eucaristía permanece la sustancia de pan y de vino juntamente con el cuerpo y la sangre de nuestro Señor Jesucristo [lo que la teología protestante llama «empanación»] y negare aquella maravillosa y singular conversión de toda la sustancia del pan en el cuerpo y de toda la sustancia del vino en la sangre, permaneciendo sólo las especies de pan y vino; conversión que la Iglesia Católica aptísimamente llama transubstanciación: sea anatema” (Can. 2º).

Observemos también que en el Canon 2º de la Sesión XXI, se condena a los que afirman que la abolición de la comunión bajo las dos especies se hizo sin motivo o erróneamente.

3. Recuerdo del verdadero sentido del sacerdocio cristiano.

Los protestantes acusaban a los católicos de hacer de la Misa un sacrificio nuevo y distinto del Sacrificio de la Cruz. El Concilio de Trento refutó esta objeción: “Es uno y el mismo Sacrificio el que se ofrece en la Misa y el que se ofreció en la Cruz, así como es una y la misma ofrenda, es a saber Cristo Señor nuestro, el cual sólo una vez vertiendo su sangre se ofreció a sí mismo en el ara de la Cruz”.(35)

Se objetará: En la Cruz se ofreció Jesús; en la Misa ofrece el sacerdote. ¿Cómo hablar de identidad entre los dos sacrificios? El Catecismo del Concilio de Trento refuta la objeción: “Es uno sólo y el mismo el Sacerdote, que es Cristo Señor nuestro. Porque los Ministros que celebran el Sacrificio, no obran en su nombre, sino en el de Cristo cuando consagran el Cuerpo y Sangre del Señor. Y esto se muestra por las mismas palabras de la consagración. Porque no dice el Sacerdote: Esto es el Cuerpo de Cristo; sino este es mi Cuerpo. Porque representando la persona de Cristo Señor nuestro convierte la substancia del pan y vino en la verdadera substancia de su cuerpo y sangre”.(36)

Además, el Concilio recuerda que en la última Cena, nuestro Señor estableció a sus Apóstoles como sacerdotes del Nuevo Testamento y les mandó que renovaran el Sacrificio de su Cuerpo y de su Sangre.(37)

Como ya dijimos en la primera parte, el sacerdote no es un simple presidente de la asamblea de los fieles. Tiene una función y poderes mucho más amplios, puesto que desde el día de su ordenación, ha sido hecho ministro de la Santa Iglesia, participando real e íntimamente del Sacerdocio de Nuestro Señor Jesucristo.

“Debe enseñarse, pues, que a solo los Sacerdotes ha sido dada la potestad de consagrar la sagrada Eucaristía, y de distribuirla a los fieles (…) Y atendiendo en el modo posible a la dignidad de tan augusto Sacramento, no solamente fue dada a solos los Sacerdotes la potestad de administrarle, sino que también se prohibió por ley de la Iglesia, que ninguno sin estar consagrado, se atreviese a tratar o tocar los vasos sagrados, lienzos, y demás utensilios necesarios para el sacrificio, si no ocurría grave necesidad”.(38)

Las verdades doctrinales recordadas por el Concilio de Trento son de fe divina y católica, definidas infaliblemente. No pueden cambiar ni ser retocadas, ya que “el Espíritu Santo fue prometido a los sucesores de Pedro, no de manera que ellos pudieran, por revelación suya, dar a conocer alguna nueva doctrina, sino que, por asistencia suya, ellos pudieran guardar santamente y exponer fielmente la revelación transmitida por los Apóstoles, es decir, el depósito de la fe”.(39)

E. LA CODIFICACIÓN DEL MISAL HECHA POR SAN PÍO V (1566-1572)

1. ¿Por qué una codificación?

Cuando se inició el Concilio de Trento, reinaba en toda la Iglesia una gran variedad de misales, llegando incluso cada diócesis a introducir algunos cambios; excepcionalmente en el mismo Canon, y frecuentemente después del Pater noster hasta el fin de la Misa. También se introducían muchas nuevas Misas sin autorización de la Santa Sede y prescindían por completo de las que el Papa introducía en su Misal de Curia. Lo más grave es que ni siquiera en el Misal de Curia se lograba esa uniformidad. Tal situación anormal y anárquica había ayudado la “Reforma” luterana. Se requería un rito único, que fuese como un baluarte contra la herejía.

Por tanto, fueron muchos los Prelados que con ocasión del Concilio de Trento, pidieron que se pusiera remedio a dicha variedad que parecía amenazar la unidad de la Iglesia. Por eso trabajaron para que el Misal alcanzara la necesaria uniformidad. Pero la clausura precipitada del Concilio (1563) dejó inacabada la obra, y se le encargó al Papa Pío IV la tarea de terminarla. A éste, que murió muy pronto, le sucedió Pío V, el cual, apenas elegido, se empeñó por llevar a cabo esta reforma tan importante para la vida de la Iglesia.

2. La Bula Quo primum tempore

El 14 de julio de 1570 San Pío V publicaba la Bula Quo primum tempore. Con este documento:

a) San Pío V codificaba la Misa tal como existía antes de él. No inventaba ninguna misa nueva (por eso, bajo este aspecto, la fórmula “Misa de San Pío V” es incorrecta). Para llegar a esta edición del Misal, se había nombrado a unos “sabios escogidos”, quienes “después de haber reunido cuidadosamente todos los manuscritos, no solamente los antiguos de Nuestra Biblioteca Vaticana, sino también otros buscados en todas partes, corregidos y exentos de alteración, así como las decisiones de los Antiguos y los escritos de autores estimados que nos han dejado documentos relativos a la organización de esos mismos ritos, han restablecido el mismo Misal conforme a la regla y a los ritos de los Santos Padres”.(40)

b) San Pío V mandaba a todos los sacerdotes de rito latino que celebrasen según las rúbricas del misal codificado, pero autorizaba a las diócesis y a las congregaciones religiosas que celebraban según un rito con más de 200 años de antigüedad a conservarlo. Fue el caso de los Dominicos, Cartujos, etc. cuyos ritos de hecho son muy parecidos al rito romano.

c) San Pío V autorizaba a perpetuidad el uso de este misal: “Nos concedemos y acordamos que este mismo Misal podrá ser seguido en totalidad en la misa cantada o leída en todas las iglesias, sin ningún escrúpulo de conciencia y sin incurrir en ningún castigo, condenación o censura y que podrá válidamente usarse, libre y lícitamente y esto a perpetuidad”.(41)

F. CONCLUSIÓN: LA MISA DE SIEMPRE

Al final de este retrato histórico del Rito Romano, ambiguamente llamado “Misa de San Pío V”, podemos concluir que el misal tridentino ha sido la conclusión de un largo perfeccionamiento, que, a través de sus fases principales, se reanuda substancialmente con la más antigua tradición de la iglesia romana. Podemos decir, en una palabra, que nuestra rito de la Misa es substancialmente el mismo que, a través de San Gregorio, San Gelasio, San León, San Hipólito y San Justino, nos une con la Misa de los Apóstoles y la primera Misa del Jueves Santo.

El rito de la Misa es como un diamante en bruto que Jesús entregó a sus Apóstoles el Jueves Santo y que la Iglesia fue tallando con mucho cuidado a lo largo de los siglos. A fines de la Edad Media, esta piedra preciosa llegó a tal estado de perfección doctrinal y simbólica, que ya no necesitó ser retocada. San Pío V no hizo más que codificar y promulgar el rito recibido por Tradición, para luchar eficazmente contra la herejía protestante y defender la unidad de culto. Ese rito es realmente la Misa de siempre, la joya de la Iglesia.


NOTAS:
(1) Nos inspiramos principalmente de La Messe a-t-elle une histoire? (1997).
(2) Hebreos, 13, 10.
(3) I Corintios, 10, 20.
(4) Catecismo del Concilio de Trento, nº 486.
(5) Hechos de los Apóstoles, 20, 7; I Corintios, 16, 1-2.
(6) II Corintios, 8, 18; Hechos, 15, 30; I Tesalonicenses, 5, 27; Colosenses, 4, 16.
(7) Hechos, 20, 7.
(8) I Timoteo, 2, 1-2.
(9) Romanos, 16, 16; I Corintios, 16-20.
(10) I Corintios, 11, 23-25; San Mateo, 26; San Marcos, 14; San Lucas, 22.
(11) I Corintios, 10, 16; 11, 24.
(12) I Corintios, 11, 23-25; San Mateo, 26; San Marcos, 14; San Lucas, 22.
(13) I Corintios, 14, 16.
(14) I Corintios, 10, 16-22; 11, 26-29; San Mateo, 26; San Marcos, 14; San Lucas, 22.
(15) Historia de la Liturgia de Mario Righetti, Tomo II, B.A.C (1956), págs. 294-295.
(16) IIIª c. 78 a.3 ad 9um.
(17) Carta Cum Marthae circa a Juan, en otro tiempo Arzobispo de Lyon, del 29 de noviembre de 1202.
(18) Luther Reed (Pastor Luterano), en The Lutheran liturgy, Fortress Press, Philadelphia (1947) pág. 312.
(19) Así los enumeraba más tarde Juan Charlier (+1417) al Concilio de Constanza.
(20) Las diferencias son realmente unos puntos de detalle: “a) las oraciones dichas al pie del altar (apologías introductorias) son idénticas a las del misal piano [de San Pío V]. Solamente añaden, después de repetir la antífona ‘Introibo ad altare Dei…’ el ‘Confitemini Domino quoniam bonus. Quoniam in saeculum misericordiam ejus’. El beso de altar no se da durante la oración ‘Oramus te, Domine’ sino inmediatamente después, pronunciando la jaculatoria ‘A vinculis peccatorum nostrorum absolvat nos omnipotens, pius et misericors Dominus. Amén.’ b) En la Misa cantada, el celebrante, apenas sube al altar, da la paz al diácono. c) Las apologías del Ofertorio son igualmente idénticas a las actuales; existe alguna variante en las ceremonias. El celebrante se lava la primera vez las manos antes de ofrecer el pan y el vino; mientras se extiende el corporal sobre el altar, debe recitar una fórmula; la oración ‘Offerimus tibi, Domine…’ que hoy se dice teniendo el cáliz en alto, en el Ordo va precedida de la rúbrica siguiente: ‘quando ponit calicem super altari’; la fórmula, en fin , ‘Incensum istud…’ que, según el misal piano, debe decirse sobre la oblata, se recita, en cambio, ‘cum incensatur altare’, junto con la otra: ‘Dirigatur, Domine, oratio mea…’ d) El texto y las rúbricas del Canon no presentan ninguna variante notable con respecto a las actuales, fuera de que la pequeña elevación no tiene lugar al ‘Omnis honor et gloria’ sino al ‘Per omnia saecula saeculorum’. El Ordo desconoce aún la elevación mayor, introducida poco antes en Occidente. e) La fórmula que acompaña la fracción del pan presenta una variante: ‘Fiat commixtio et consecratio Corporis et Sanguinis D.N.J.C., accipientibus nobis vita aeterna. Amen’. f) Todas las apologías de la comunión son idénticas a las del misal de San Pío V. g) La fórmula ‘Placeat tibi, Sancta Trinitas’ está prescrita no para antes, sino para después del ‘Ite Missa est’; con ella se acaba el Santo Sacrificio. No se hace mención del Evangelio de San Juan”. Righetti, op.cit., pág. 164.
(21) Lutero, De captivitate Babylonis.
(22) Lutero, De captivitate Babylonis.
(23) Lutero, t. XII, pág. 212.
(24) Lutero, De votis monasticis judicium (1521), (t. VIII, pág. 651).
(25) Lutero, Sermón del primer domingo de Adviento (t. XI, pág. 774).
(26) Lutero, De captivitate babylonica (1520), (t. VI, pág. 521).
(27) Lutero, Confesión de Augsburgo, art. XXIV: de la Misa.
(28) Lutero, Oeuvres, VI, pág. 127, Labor et Fides, Genève (1969).
(29) Lutero, Manifiesto a la nobleza cristiana de Alemania, 1520.
(30) Lutero, citado por Jacques Maritain en Trois réformateurs, París, 1925, pág. 247.
(31) Lutero, Formula missæ et communionis (1523) (t. XII, pág. 211).
(32) Navidad del año 1521, celebrada por Karlstadt; lo refiere Mons. Cristiani en Du Luthéranisme au protestantisme.
(33) Directiva de Mons. Cranmer, citada por Messenger en La Réforme – La Messe et le sacerdoce.
(34) Nicolas Ridley, Obispo de Londres, Oeuvres, pág. 321 et App. VI.
(35) Catecismo del Concilio de Trento, nº 488.
(36) Catecismo del Concilio de Trento, nº 489.
(37) Concilio de Trento, Ses. I, cap. 1º.
(38) Catecismo del Concilio de Trento, nº 478.
(39) Concilio Vaticano I, Constitución Pastor Æternus, cap. 4º.
(40) Bula Quo Primum Tempore (1570).
(41) Bula Quo Primum Tempore (1570).

fonte:congregación Obispo Alouis

Mgr Rey dénonce l'acharnement médiatique contre le Pape


Hier, Mgr Dominique Rey, évêque de Fréjus-Toulon, a célébré avec ses prêtres la messe chrismale. Il a longuement évoqué les attaques dont le Pape est l'objet. Extraits :

"La célébration de ce jour ne peut s’abstraire des tourmentes médiatiques qui touchent encore notre Eglise, en particulier la personne du St Père. Les attaques contre Benoît XVI se sont répétées depuis le début de son pontificat : On le traite dès son arrivée de « Panzer Kardinal » et on le soupçonne, dans son passé, d’avoir entretenu des connivences politiques avec les jeunesses hitlériennes. Ensuite, on le taxe d’islamophobe après son discours à Ratisbonne, lorsqu’il dénonça l’intégrisme religieux d’une foi qui oublie la raison. Il y a un an à peine, la curée médiatique se déchaîne à l’occasion de la levée des excommunications prononcées à l’égard des évêques attachés à Mgr Lefèvre, et suite aux propos négationnistes de Mgr Williamson. On met en cause son pseudo conservatisme moral au moment où éclate la polémique au sujet de la fillette brésilienne, qui avait subi un avortement. Quelques jours plus tard, les déclarations détournées de leur contexte, pour ne pas dire falsifiées, attribuées à Benoît XVI au sujet du SIDA en Afrique et l’usage des moyens prophylactiques, sont brocardés par les nouveaux censeurs. Récemment encore, le procès de béatification de Pie XII fournit l’occasion aux détracteurs de se mobiliser à l’encontre d’un pape qu’on juge complice, par son silence, du drame de la Shoah. Là encore, en relisant l’histoire à la sauce d’interprétations sélectives et bardée de préventions, on se livre à un procès en règle. On témoigne à charge contre l’entreprise de restauration idéologique à laquelle s’adonnerait Benoît XVI.

Aujourd’hui, le déchaînement médiatique monte d’un cran : le pape aurait essayé d’étouffer des abus sexuels commis par des membres du clergé. Il se serait tu. Il aurait feint d’ignorer le scandale. Par un renversement d’argument, voici qu’on retourne désormais contre le successeur de Pierre, les déclarations lucides, fermes et exigeantes qu’il avait adressées aux chrétiens d’Irlande, aux victimes de ces gestes honteux, et à ceux qui les auraient commis. On met en exergue les imprudences et les défaillances dans la prévention et le traitement judiciaire de certains responsables de l’Eglise pour mieux incriminer celle-ci de tenir un double discours, de demeurer inerte, de céder à l’hypocrisie, en s’accrochant au célibat des prêtres. En effet, on induit un lien supposé entre la discipline du célibat et les conduites perverses, en occultant au passage le fait que près des 3/4 des actes de pédophilie se produisent à l’intérieur des familles. En additionnant ainsi des cas particuliers exhumés du passé, en accréditant des rumeurs, en caricaturant les positions de l’Eglise, en pratiquant l’effet de loupe sur des déviances pathologiques et avérées de tel ou tel prêtre ou religieux, en valorisant la théâtralisation émotionnelle de ces actes (qui sont en eux-mêmes infâmes), mais aussi en amplifiant des statistiques, reprises ensuite en boucle sur les radios, TV, internet… (comme si les chiffres avancés étaient paroles d’Evangile)… on organise peu ou prou, ce que les spécialistes de la stratégie d’influence appellent un scénario de « panique morale » (cf Jenkins). La ficelle est bien connue : elle a très bien fonctionné pour la légalisation de l’avortement, l’officialisation des unions homosexuelles et de l’homoparentalité dans certains pays, la recherche biomédicale sur l’embryon… Le gonflement et l’exagération des chiffres est un plat que l’on sert régulièrement pour organiser une anesthésie des consciences et un lynchage d’opinions. On exploite le filon des drames individuels pour justifier puis légaliser des transgressions éthiques. [...]

Pourquoi ces tornades médiatiques à répétition, à raison d’une par jour ou d’une par mois ? Pourquoi ce harcèlement ? Comme si la préoccupation de certains était de saper par avance et systématiquement l’autorité de l’Eglise au moment où des choix décisifs dans l’ordre éthique et anthropologique sont en jeu dans le monde, au moment où l’Eglise constitue la seule autorité morale capable de rappeler à l’homme ses principes d’humanité. Sans sombrer dans la paranoïa victimale du complot, le traitement orchestré qu’on inflige à l’Eglise nous conduit à la lucidité, au courage, à la résistance spirituelle et intellectuelle et à adopter une posture du dissentiment par rapport au prêt à penser totalitaire."
fonte:perepiscopus

Perché B-XVI agli irlandesi ha ricordato certi vecchi errori del Concilio






(Roberto de Mattei su Il Foglio del 30/03/2010) La forza della “Lettera ai cattolici di Irlanda” di Benedetto XVI, dello scorso 19 marzo, sta soprattutto nel suo spirito di autentico rinnovamento e riforma della chiesa.

Il richiamo alla penitenza che costituisce il suo filo conduttore non è mai disgiunto dall’appello “agli ideali di santità, di carità e di sapienza trascendente”, che nel passato resero grande l’Irlanda e l’Europa e che ancora oggi possono rifondarla (n. 3). Unico fondamento di questa ricostruzione è però Gesù Cristo “che è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Ebrei 13, 8) (n. 9). Rivolgendosi a tutti i fedeli di Irlanda, il Papa li invita “ad aspirare ad alti ideali di santità, di carità e di verità e a trarre ispirazione dalle ricchezze di una grande tradizione religiosa e culturale” (n. 12). Questa tradizione non è tramontata, anche se a essa si è opposto “un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici” (n. 4).

In questo paragrafo, che costituisce un passaggio chiave del documento pontificio, il Papa afferma che negli anni Sessanta fu “determinante” “la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo. Il programma di rinnovamento del Concilio vaticano fu a volte frainteso” e vi fu “una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari”. “E’ in questo contesto generale” di “indebolimento della fede” e di “perdita del rispetto per la chiesa e per i suoi insegnamenti”, “che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi”.

L’obbligo di “sociologia pastorale”

In che senso il Concilio poté essere “frainteso”? Il breve, ma significativo accenno di Benedetto XVI merita di essere sviluppato. Occorre ricordare che durante i lavori dell’assise conciliare prese forma l’idea di una chiesa non più militante, ma peregrinante, in ascolto dei segni dei tempi, pronta a rinunziare alla verginità della sua dottrina, per lasciarsi fecondare dai valori del mondo. Offrirsi ai valori del mondo significava rinunziare ai propri valori, a cominciare a quello che è più intrinseco al cristianesimo: l’idea del Sacrificio, che dal mistero della Croce discende in ogni aspetto della vita ecclesiale, fino alla dottrina morale, che un tempo ispirava la vita di ogni battezzato, chierico o laico che fosse.

Il Concilio impose ai vescovi, come un dovere, la “sociologia pastorale”, raccomandando di aprirsi alle scienze del mondo, dalla sociologia alla psicanalisi. In quegli anni era stato riscoperto lo psicanalista austriaco Wilhelm Reich, morto quasi del tutto dimenticato in un manicomio americano nel 1957. Nel suo libromanifesto “La Rivoluzione sessuale,” Reich aveva sostituito alle categorie della borghesia e del proletariato quelle di repressione e di liberazione, intendendo con questo ultimo termine la pienezza della libertà sessuale. Ciò implicava la riduzione dell’uomo a un insieme di bisogni fisici e, in ultima analisi, ad energia sessuale. La famiglia, fondata sul matrimonio monogamico indissolubile tra un uomo e una donna, era vista come l’istituto sociale repressivo per eccellenza: nessuna considerazione sociologica poteva autorizzarne la sopravvivenza. Una nuova morale, basata sull’esaltazione del piacere, avrebbe presto spazzato via la morale tradizionale cristiana, che attribuiva un valore positivo all’idea di sacrificio e di sofferenza.

La nuova teologia, spinta dal suo abbraccio ecumenico ai valori del mondo, cercò l’impossibile dialogo tra la morale cristiana e i suoi nemici. I corifei della “nuova morale”, che in Italia furono teologi come don Enrico Chiavacci don Leandro Rossi e don Ambrogio Valsecchi, salutarono come maestri del nuovo corso morale Wilhelm Reich e Herbert Marcuse.

Nel 1973, a cura di Valsecchi e di Rossi, uscì, per le edizioni Paoline, un pomposo “Dizionario enciclopedico di teologia morale”, che ambiva a sostituire il classico, e ancor oggi prezioso “Dizionario di teologia morale” dei cardinali Francesco Roberti e Pietro Palazzini (la quarta edizione fu pubblicata da Studium nel 1968). Nel nuovo “Dizionario morale”, Enrico Chiavacci sosteneva che “la vera natura umana è di non aver natura” e che l’uomo è tale per la “tensione” che la sua coscienza esprime, indipendentemente
dai “divieti” della morale tradizionale. Valsecchi affermava la necessità di svincolarsi da una concezione della morale che facesse appello a una fondazione metafisica della natura umana. Unico peccato, radice di tutti gli altri, quello “contro l’amore”, e unica virtù, quella di assecondare l’amore, naturalmente e non soprannaturalmente inteso.

I nuovi moralisti, definiti da qualcuno “pornoteologi”, sostituivano alla oggettività della legge naturale, la “persona”, intesa
come volontà progettante, sciolta da ogni vincolo normativo e immersa nel contesto storico-culturale, ovvero nell’“etica della situazione”. E poiché il sesso costituisce parte integrante della persona, rivendicavano il ruolo della sessualità, definita “funzione primaria di crescita personale” (così Valsecchi), anche perché, a dir loro, il Concilio insegnava che solo nel rapporto dialogico con l’altro, la persona umana si realizza. Citavano a questo proposito il concetto secondo cui “ho bisogno dell’altro per essere me stesso”, fondato sul n. 24 della Gaudium et Spes, magna charta del progressismo postconciliare.

Chiavacci, Rossi e Valsecchi,contestarono pubblicamente, nel 1974, la posizione antidivorzista della Conferenza episcopale, ma continuarono ad essere per molti anni i “moralisti” più in vista della Chiesa italiana. Ancora oggi basta entrare in una libreria cattolica per trovare in primo piano sugli scaffali i loro libri, stampati da case editrici come le Paoline e la Queriniana.

Eppure, ciò che fa riflettere sono proprio vicende esistenziali, come quelle di Ambrogio Valsecchi professore di morale alla Facoltà teologica di Milano, consulente del cardinale di Milano, Carlo Colombo, al Concilio Vaticano II, alfiere della nuova morale, poi dispensato dai voti e sposato (con rito religioso) nel 1975, quindi divenuto nell’ultimo decennio della sua vita psicologo, analista e terapista di coppia. Altrettanto fallimentare è stato l’itinerario di colui che oggi è, con Hans Küng, il principale accusatore di Benedetto XVI: Rembert Weakland. Difensore ad oltranza della “rivoluzione sessuale”, dei diritti dei “gay” e delle donne nella Chiesa, Weakland non è più arcivescovo di Milwaukee dal 2002 quando fu “dimissionato” dopo che un ex studente di teologia l’aveva accusato di violenza carnale, rompendo il segreto che lo stesso Weakland gli aveva imposto in cambio di 450 mila dollari detratti dalle casse dell’arcidiocesi.

La stampa “liberal”, lungi dal lapidarlo, lo trattò però con molto riguardo, come conveniva a un celebrato campione della Chiesa progressista quale egli era.

Omosessualità e trasgressione pedofila


I nemici della tradizione hanno sempre preteso di opporre il primato dell’esistenza a quello della dottrina, il cristianesimo concretamente vissuto a quello astrattamente predicato. Il “tribunale della vita vissuta”, a cui essi si sono appellati, ha ribaltato però i loro giudizi e le loro previsioni.

Chi ha voltato le spalle alla ferrea intransigenza dei princìpi per ancorarsi al molliccio fondamento della propria esperienza, è spesso fuoriuscito da quella Chiesa che diceva di voler meglio servire. Chi ha negato l’esistenza di una natura da rispettare, ha iniziato col soddisfare gli istinti della natura che negava, per assecondare poi le deviazioni che la volontà offriva alla sua intelligenza, disancorata dal vero. Il passaggio dalla etero alla omosessualità e di qui alla pedofilia è stato, per alcuni, se non cronologicamente, almeno logicamente coerente.

Oggi si può sostenere, in prima pagina di Repubblica, che il celibato ecclesiastico produce pedofilia. Ma su nessun giornale si potrebbe affermare l’esistenza di un nesso altrettanto diretto tra pedofilia e omosessualità. Lo impediscono le leggi di alcuni Stati europei, che hanno introdotto il reato di omofobia, ma più ancora lo vieta la censura culturale e sociale che riduce sempre di più i margini di difesa della moralità. All’interno di un certo mondo cattolico, ancora più grave è considerata l’affermazione di un rapporto, anche solo indiretto, tra la nuova teologia degli anni Sessanta e il pansessualismo che penetrò nella Chiesa dopo il Concilio. Benedetto XVI lo ha fatto e gliene va reso onore.

fonte:http://www.corrispondenzaromana.it


Uma excelente resposta aos acusadores da Igreja Católica

O excelente site "Fratres in Unum", leitura diária indispensável para todos os que desejam estar sempre bem informados sobre os assuntos em destaque que envolvem a Igreja Católica no mundo, nos traz uma resposta do Padre Renato Leite ao artigo "Santa Pedofilia", de Hélio Schwartzman, na Folha de São Paulo:

"Lendo seu artigo sobre a pedofilia nas fileiras da Igreja Católica me perguntei o porque de um judeu, que se assume como anticlerical, que adota a matriz do pensamento maçônico como instrumento de análise da realidade e que reconhece publicamente que a Igreja classifica como pecado grave a pedofilia, se mostrou tão crítico ao analisar o problema quando esse se dá na Igreja Católica e tão indulgente quando ele ocorre entre os membros da sinagoga?
E para se sustentar pretensiosamente em “fatos” e eximir os que estão mais próximos de responsabilidades em casos similares, afirmou sem base que:
“A forma de organização da Igreja Católica, entretanto, parece favorecer a ocorrência dos abusos que, ao menos aparentemente, não acontecem na mesma escala em colégios e seminários protestantes, islâmicos ou judeus”.
De onde lhe veio a idéia de que os abusos não ocorrem “aparentemente na mesma escala” em instituições similares inclusive nas judaicas? A ocorrência da pedofilia entre os membros da sinagoga, consegue ser ainda mais “escabrosa” do que quando acontece na Igreja Católica. Será?
É o que conseguiu constatar o “The New York Times” numa reportagem esclarecedora e que nos dá uma amostra da dimensão do problema entre os judeus e a praxe das autoridades religiosas judaicas no tratamento da questão e que afirma, entre outras coisas: “Já não é mais tabu processar criminalmente por pedofilia, em Nova York, judeus ultra ortodoxos” segundo o artigo assinado por Paul Vitello.
Eles não sofriam processos por pedofilia, mas isso mudou com o Promotor-Geral Charles J. Hynes. Oito pessoas já estão presas e 18 esperam julgamento.
Havia proibição religiosa de acusação fora do grupo, inclusive sob ameaça de morte. Como era necessária a aprovação do rabino, mas este nunca dava a permissão, e nos tribunais religiosos (a sinagoga) os acusados eram sempre absolvidos, as famílias decidiram recorrer à justiça comum.
Quarenta menores concordaram em testemunhar no tribunal. Alguns blogs, como FailedMessiah e The Unortodox Jew, têm encorajado as vítimas.
Os líderes religiosos estão começando a aceitar a situação, e Hynes tem feito reuniões com grupos ultraconservadores para encorajar as vítimas a se manifestarem. Há 180 mil judeus ultraconservadores em Nova York.
Para David Zwiebel, da Agudath Israel of America: “Há consenso nos últimos anos que muitos desses casos não podem ser decididos dentro da comunidade”. Mas ele acha que devem ser encontradas alternativas para prisão, de forma a não tirar de uma família o que lhe provê o pão, e para encontrar famílias boas que fiquem com as crianças retiradas de suas famílias.
Em 2000, o rabino Baruch Lanner, principal líder carismático da juventude yeshiva e que por mais de 20 anos foi acusado de abusos, foi objeto de uma reportagem reveladora na The Jewish Week que resultou numa pena de sete anos de prisão.
Há programas de rádio que incentivam as vítimas a fazerem acusações, como o de Dov Hikind, da rádio WMCA. Centenas de jovens fizeram acusações.
O pai de um menino de 6 anos que havia sido abusado pelo rabino Kolko foi a Jerusalém pedir permissão a um rabino de alto prestígio para ir à polícia.
A resposta foi: “Vá, porque você não estará cometendo nenhum pecado.”
O artigo completo pode ser encontrado no link abaixo: http://www.nytimes.com/2009/10/14/nyregion/14abuse.html?pagewanted=1&em
Pergunto eu: deveria se creditar os casos de pedofilia entre rabinos à forma de organização da sinagoga? Como avaliar racionalmente um problema crescente entre as autoridades religiosas judaicas se estas não são celibatárias e, ao contrário, obrigadas ao casamento e à procriação diferentemente dos membros do clero católico?
Seria criminoso também o acobertamento dos casos entre judeus e rabinos por parte da sinagoga ou deveria se respeitar uma suposta “autonomia” do judaísmo, não obrigando a denuncia às autoridades civis e ainda considerar legítimo o uso de ameaça de morte para evitar escândalos como o praticado pelas autoridades religiosas dos Hasidin em New York?
O problema é de todos e em alguns casos, como demonstrado pelo artigo do “New York Times”, mais grave ainda do que quando ocorre nos meios católicos, com direito à acobertamento e ameaças, entretanto, dedos acusadores como o seu, só apontam para a Igreja Católica.
Como se pode constatar, sua análise da questão é simplista e tendenciosa e, na verdade, o seu artigo não tem outra intenção a não ser fazer prevalecer sua opinião, diga-se de passagem, bem anticlerical dos fatos, sobre os fatos propriamente ditos.
Fica desqualificado seu artigo como avaliação referencial do problema da pedofilia que, como você mesmo reconheceu, é na verdade o problema das relações homossexuais com menores e no caso do judaísmo, não parece ser menor, ao contrário é tão grande ou maior, proporcionalmente falando quanto ao que ocorre na Igreja Católica envolvendo também centenas de jovens.
Não se pode concluir outra coisa, a partir da análise dos fatos, a não ser a existência oportunista de uma campanha difamatória contra a Igreja Católica que tem nos profissionais de mídia, com baixo teor de honestidade intelectual, como é o seu caso, seus instrumentos mais eficazes".

Padre Renato Leite, São Paulo

fonte:Dominus Vobiscum