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sábado, 12 de agosto de 2017

UFFICIO DIVINO


 Nella Regola di S. Benedetto la preghiera è strutturata in due momenti in stretta dipendenza l’uno dall’altro: la preghiera personale e quella comunitaria o “Opus Dei”. Per quanto importante e indispensabile, la preghiera personale viene fatta dipendere per tempi e contenuti dal culto comunitario reso a Dio. A questo, all’Opus Dei <<il monaco nulla deve preferire>> (RB, 42). L’opera di Dio è opera ecclesiale: il monaco prega nella Chiesa. E prega nella comunità: si inserisce nella Chiesa entro la sua comunità monastica. Il monaco dedica corpo e anima all’opera santa per eccellenza, la preghiera della Chiesa, la Liturgia. Questa preghiera è tutta la sua vita, e tutta la sua vita è questa preghiera: giorno e notte, fuori o dentro il monastero, dovunque lo pone l’obbedienza, il monaco in tutta la sua attività o prepara o compie o commenta la Liturgia. La vita del monaco vuole essere nella sua totalità un culto reso a Dio, un omaggio di glorificazione: la vocazione del monaco è nel cuore della Chiesa, là dove la Sposa parla allo Sposo, gli dice tutto il suo amore, e l’ama nel segreto. Il monaco è consacrato al servizio di questo amore. Così egli sente di vivere al centro del mondo, nella realtà essenziale dell’Amore, incaricato di mantenere vivo e attuale a nome di tutti il colloquio fondamentale della Chiesa col suo Cristo e del Cristo con la sua Chiesa. Il monaco sa che, nella Chiesa, primo fra tutti gli è affidato questo scambio costante dell’amore fra il cielo e la terra: egli fa professione di amare. È questa la sua missione.
 La preghiera corale è il momento culminante di questo amore. Prima di ogni cosa e più di ogni uomo il monaco è responsabile della sua preghiera. La preghiera è il suo dovere, è la sua vera occupazione. Nel Cristo che prega, il monaco è presente al tempo stesso al mondo e a Dio. Colui che prega sale sulla Croce; affronta con il Cristo tutte le forze attuali del male. Oppone alla miseria del mondo il Volto radioso del Cristo che prega ad ogni istante nella sua Chiesa.
Il motto “ora et labora” (prega e lavora) non è di Benedetto, ma la tradizione ha ben sintetizzato in esso l’attività della comunità monastica: la preghiera comune è investita di un primato che le proviene dal primato stesso di Dio. È certo che S. Benedetto ha rivestito l’Opus Dei di tale onore: il che spiega il tradizionale amore dei suoi figli per il culto liturgico e per lo splendore della casa di Dio. Così la vita di fede e la fedeltà alla preghiera portano con sé il frutto previsto nel Prologo della Regola: la continua e proficua ricerca della pace, il suo possesso, con la pienezza della gioia. San Benedetto desidera vedere tutti i suoi figli felici; vuole che nella <<casa di Dio nessuno sia turbato e triste>> (RB, 31). Per lui solo Dio conta: e Dio è la fonte della felicità, il supremo segreto della gioia e il datore della pace. Benedetto ci insegna che la pace è il primo bene da conquistare, se si vogliono instaurare rapporti umani veri e duraturi. È quello che fanno i monaci con la preghiera liturgica, ed è quello che cerchiamo di fare nel nostro Monastero.